Chi sono

Se hai voglia di leggere qualcosa di me, non ti parlerò di quanto sono bravo a fotografare o del perché dovresti affidare a me il tuo prossimo servizio fotografico, ma ti racconterò una serie di piccoli eventi che hanno segnato tutta la mia vita di appassionato sincero di fotografia.

La Prima Comunione e la prima macchina fotografica

La prima macchina fotografica mi fu regalata per la prima Comunione, non ricordo da chi, ma forse erano gli zii di Pistoia. Era una Bencini Comet 400 con rullini tipo Kodak Instamatic. Era tutta in plastica, aveva i vecchi flash a cubo (con 4 lampadine per 4 scatti) e le foto venivano scattate semplicemente premendo il pulsante di scatto, senza alcuna regolazione.

Qualche anno dopo iniziai a prendere confidenza con la macchina fotografica di mio padre, una Petri 7S con obiettivo 50mm fisso e mirino a telemetro. Sul barilotto dell’obiettivo aveva due ghiere di regolazione, per tempi e diaframmi, e un esposimetro con sensore esterno circolare intorno alla lente dell’obiettivo.

Il Prof. Umberto Semplici di Pistoia

La prima svolta per me avvenne in seconda media, quando il Prof. Umberto Semplici di Pistoia, mio insegnante di educazione artistica, ci fece un’interessantissima serie di lezioni sulla teoria e pratica della fotografia. Ci spiegò la tecnica d’uso di una macchina fotografica reflex e molte altre cose, tra cui i principi di composizione di una fotografia. Da lì capii che avrei dovuto approfondire, e così iniziai a dedicare un pò del mio tempo alla fotografia.

Il fotografo Froli di Monsummano e una vacanza in Inghilterra

All’età di 14 anni feci una vacanza studio in Inghilterra, e il fotografo Froli di Monsummano Terme si mise d’accordo con mio padre per prestarmi una macchina fotografica migliore e soprattutto più pratica. Era una Canon AV1 con obiettivo 50mm e automatismo a priorità di diaframmi.

Vedendo le foto sviluppate, una volta a casa, rimasi più deluso di quanto non pensassi. Posso però dire che durante quella vacanza imparai subito – sulla mia pelle – alcuni fondamenti terra terra della fotografia:

  1. Un obiettivo fisso da 50mm potrà anche essere buono per il turista, ma è un fortissimo limite per chi si accinge a diventare fotoamatore.
  2. La luce è fondamentale, anche se in questa fase iniziale la consideri solo in termini quantitativi, e non qualitativi.
  3. Sempre per il punto 2), le foto in interni (chiese, musei, spazi comuni) o in esterni quando il cielo è molto coperto vengono mosse senza il cavalletto.
  4. Il semplice flash montato sopra la macchina serve a poco per risolvere i problemi del punto 3) e tutt’al più è sufficiente per fare qualche foto di compleanno, se ti vanno bene gli occhi rossi e lo sfondo nero dietro.
  5. La gente non ama particolarmente essere messa in posa per uno scatto, ma quando gli fai vedere la foto tutti si lamentano “perché non sei riuscito a tirar fuori quel ché…”.

Però il dado era tratto. Avevo capito che la fotografia mi piaceva, e decisi che avrei continuato a fotografare, cercando di migliorare tutto quello che sarebbe stato possibile.

Tornato dalla vacanza restituimmo la Canon AV1 al fotografo Froli, e mio padre ordinò una macchina fotografica nuova, che sarebbe stata consegnata di lì a poco: una Nikon FE con obiettivo 50mm 1.8 “Series E”. L’ultima dicitura stava per “Serie Economica“, una serie di alcuni obiettivi Nikon di qualità inferiore rispetto alla serie principale, la classica “Serie AI” di Nikon, ancora in uso sulle più moderne reflex digitali. Però il fotografo Froli aveva dato un ottimo consiglio a mio padre: dato che il budget non era illimitato, meglio acquistare un buon corpo macchina come la FE (manuale e automatica a priorità di diaframmi) e un obiettivo non troppo costoso, che successivamente avrei potuto cambiare con uno migliore, mantenendo la buona qualità del corpo macchina.

Per alcuni anni continuai a scattare foto, ma senza particolari sviluppi verso questo o quel genere di fotografia, limitandomi alle occasioni e agli eventi che mi si proponevano. Provai a fare sia foto di sport che di reportage, ma in entrambi i casi non ottenni granché con il mio solito obiettivo 50mm, che era troppo largo per le inquadrature ristrette che lo sport richiede e troppo stretto per la fotografia di interni o di architettura.

Una trattoria vicino Calais e un ristoratore onesto

All’età di circa 19/20 anni ci fu il la seconda svolta che segnò la mia “carriera” fotografica. Durante una vacanza in auto con la mia famiglia, viaggiando verso l’Inghilterra, ci fermammo in una trattoria poco prima di Calais per il pranzo, e ripartendo non mi accorsi di aver dimenticato lì la mia Nikon. Me ne resi conto solo oltremanica, ma allora non c’erano i mezzi attuali per rintracciare quel locale, di cui non ricordavamo nemmeno il nome. La sera di quel giorno mi ero già convinto che avrei dato un definitivo addio alla fotografia, perché acquistare di nuovo un corpo macchina e un obiettivo di quel livello sarebbe stato costoso. Mio padre però mi disse che non tutto era perduto: potevamo sempre ripassare in quel posto sulla via del ritorno, e vedere se l’avessero messa da parte i proprietari. E così fu. Come per miracolo il ristoratore e la moglie ci dissero che si erano accorti subito della macchina fotografica, e l’avevano messa da parte nel caso fossimo tornati indietro.

Il Rag. Franco Gianni e il compianto Alberto Goiorani

Durante i cinque anni di studi all’Istituto Alberghiero di Montecatini e i tre alla Scuola Interpreti di Firenze non ebbi molto tempo per sviluppare la passione per la fotografia, ma una volta finiti gli studi e assolto il servizio militare ripresi a scattare. La mia terza svolta avvenne anche grazie al rag. Franco Gianni di Monsummano Terme (canonista), che mi consigliò di iniziare a frequentare il Fotoclub di Montecatini Terme. Ci andai subito, e iniziai una vera e propria scuola molto informale e pratica di fotografia, una volta a settimana, ogni martedì sera. Lì conobbi Alberto Goiorani, grandissimo fotografo di paesaggio e di macrofotografia di Montecatini, il quale – prima della sua prematura scomparsa – mi insegnò molte delle cose che ora so, e mi propose di frequentare con lui anche il Fotoclub di Pistoia, il venerdì sera. Per alcuni anni frequentai contemporaneamente entrambi i fotoclub, quasi sempre in compagnia di Alberto Goiorani.

Gli anni del bianconero

Alberto fece anche un’altra cosa: riuscì a destare in me la passione della fotografia in bianconero.

In quegli anni le cose si svilupparono molto rapidamente. Le mie conoscenze e la mia pratica crescevano, e nel corso di alcuni anni misi insieme un corredo fotografico più che sufficiente alle mie esigenze. Acquistai uno zoom Nikkor 75-150, un grandangolare Nikkor 28mm, un medio tele Nikkor 105mm e un 55mm Micro Nikkor. Inoltre aumentai i corpi macchina, affiancando alla Nikon FE un corpo Nikon F Photomic e uno Nikon F2A. Inserii nel mio corredo anche un ottimo cavalletto Manfrotto modello 074, che ancora utilizzo in studio e in esterni, e mi dotai di un tavolo da still life e di un impianto di illuminazione a luce continua sempre per lo still life.

Ma la cosa migliore che feci fu metter su la camera oscura per il bianconero. Non avevo un posto fisso, ma la montavo in soffitta quando stampavo. Iniziai a comprare la pellicola in bobine, per ribobinarla in rullini esauriti, abbattendo notevolmente i costi. Usavo il Kodak T-Max 100 e meno frequentemente il T-Max 400 sempre di Kodak. Sviluppavo il negativo con rivelatori Ornano, principalmente il Gradual ST20 e in alcune occasioni il Finissimo S32, e stampavo con Normaton ST18 sempre di Ornano. Inizialmente usavo la carta politenata Agfa, e successivamente passai alla migliore qualità della carta baritata, soprattutto Ilford Galerie di gradazione 2 e 3 ma anche la bellissima Kodak Elite.

Imparai, come diceva se ricordo bene Ansel Adams, che “il miglior strumento della camera oscura è il cestino” e facevo valere il detto anonimo che “se su un rullino di 36 foto riesci a stampare 3 buone, il risultato è eccellente“. Facevo una prima scrematura sui negativi, una volta provinati, scegliendo solo gli scatti apparentemente migliori, e una seconda scrematura dopo aver fatto le stampe degli scatti scelti precedentemente.

In quegli anni ho sempre scattato foto di paesaggio, anche se non sono mai stato un guru di questo genere. Mi sono dedicato anche al ritratto in studio e ambientato e ho iniziato a fare le prime esperienze di still life e in parte anche di architettura.

La Germania e l’usato fotografico

Il mio lavoro mi portava spesso in Germania, e là scoprii che rispetto all’Italia i negozi di usato fotografico erano molti di più, avevano molta più scelta e costavano molto meno. In alcuni anni acquistai in terra teutonica la serie di obiettivi Nikkor sopra descritta e una Mamiya RZ67 con obiettivo 140mm macro, che mi introdusse al medio formato. Mi dotai anche di un ingranditore per la stampa del medio formato, per la stampa del bianconero.

L’ultimo passo lo feci acquistando dall’amico Leonardo Fanucci di S. Lucia il banco ottico Toyo 45C che lui aveva comprato negli Stati Uniti qualche anno prima ma che non usava più. Posso dire che l’uso della macchina di grande formato (negativo 10 x 12 cm) è stata l’esperienza fotografica più esaltante che abbia mai vissuto.

Il sogno cacciato dal cassetto

Nella prima metà degli anni Novanta ci fu quarta svolta che segnò non poco la mia attività fotografica. Lavoravo dal 1989 nel commerciale calzaturiero, e per la mia giovane età occupavo un buon posto. Nonostante tutto iniziai a valutare la possibilità di lasciare e aprire una mia attività nel campo della fotografia professionale. Ci fu però uno sconsiderato imprenditore calzaturiero di Monsummano (nota bene: nessuno dei tre datori di lavoro che ho avuto in quegli anni fino al 2009) che per fatti che non voglio rivangare rischiò da un giorno all’altro di far crollare la stabilità lavorativa della mia famiglia.

La prima conseguenza fu che dovetti togliere definitivamente dal cassetto il sogno di un lavoro nella fotografia.

La seconda fu che la delusione si dimostrò talmente cocente e lunga che fui costretto ad allontanarmi dalla fotografia, dandoci un taglio quasi netto. Grazie a Dio quell’imprenditore non l’ho più rivisto, nemmeno per un istante, e questa fu l’unica cosa buona di tutta quella vicenda.

Arriva il PC

Nel 1995 – se ricordo bene – acquistai il mio primo personal computer. Inutile dire che il passo verso la computer grafica e la gestione delle foto fu breve. In quel tempo non era facile portare le proprie foto nel PC ed elaborarle o quanto meno gestirle. Lo si poteva fare in due modi:

  1. Scannerizzando le proprie foto già stampate (gli scanner erano costosi, lenti e di bassa qualità).
  2. Scattando le proprie foto con le primissime macchine fotografiche digitali di fine anni Novanta (anch’esse come gli scanner erano costose e a bassa risoluzione).

Quindi per qualche anno mi accontentai soprattutto di fare grafica, limitandomi a manipolare le foto disponibili su CD acquistati o scaricabili dagli albori di quello che era Internet.

Addio pellicola: ecco il digitale

La mia quinta svolta in campo fotografico avvenne all’inizio degli anni 2000, credo nel 2002, quando vendetti la Mamiya RZ67 per acquistare la mia prima macchina fotografica digitale, una Minolta Dimage 7i, stavolta nuova. La fotocamera aveva un obiettivo fisso 28-200mm con visione reflex e una risoluzione di 5 megapixel, quasi il massimo di quel periodo. Considerate che la Nikon D1X di quel tempo aveva una risoluzione di 5,47 megapixel, anche se poteva contare su una qualità ottica molto migliore. Nonostante sia stato sempre fedele a Nikon (eccetto nel medio e grande formato, dove Nikon non era presente) preferii la Minolta Dimage 7i alla Nikon Coolpix di quel periodo per due motivi:

  1. Aveva la zoomata a comando elettronico con due pulsanti (+) e (-), che ovviamente consumava corrente e avrebbe forse permesso una regolazione meno precisa, mentre la Minolta l’aveva manuale con ghiera sull’obiettivo.
  2. Era alimentata da una batteria Nikon apposita per quel modello, mentre la Minolta usava 4 classiche batterie stilo ricaricabili, con costi molto più accessibili per i pacchi batteria supplementari e molto più facilmente reperibili una volta che fosse andata fuori produzione.

Con la Minolta ho fotografato tantissimo in tutti questi anni, sia privatamente che per motivi di lavoro. Adesso la Dimage 7i si sta godendo il meritato riposo e ha ceduto il testimone alla Nikon D800 e al suo sconfinato sensore da 36 megapixel, sempre pronta a dare il meglio di sé nei tre generi fotografici che al momento pratico di più: la fotografia di still life, la fotografia architettonica e la fotografia di food.

Non e’ questione di mezzo tecnico, ma di passione

Dalla Bencini Comet alla Nikon D800 più di mezza vita è passata, ma il piacere che provo schiacciando il pulsante di scatto è ancora quello degli anni della Prima Comunione.

Flavio Pacini

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